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Tante opere e tanti punti di vista – MAXXI A[R]T WORK
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Tante opere e tanti punti di vista

Il workshop dedicato al giornalismo è sempre il banco di prova per entrare nel vivo di MAXXI A[R]T WORK e confrontarsi con le opere del museo

 

Il MAXXI è un museo sempre pieno di mostre, con centinaia di opere allestite in tutte le gallerie e gli studenti di MAXXI A[R]T WORK sono sempre alle prese con il laboratorio di giornalismo.

Scrivere una recensione non è semplice e i ragazzi dell’Istituto S. Giuliana Falconieri e della Scuola Pontificia Pio IX di Roma hanno dovuto fare un lungo lavoro per arrivare poi alla stesura degli articoli.

 

Prima di tutto hanno girato per il museo alla ricerca dell’opera o della mostra alla quale dedicare la recensione, dopodiché si sono concentrati sulle indispensabili ricerche per conoscere meglio e approfondire la storia dell’autore e dell’opera prescelta.

 

La fotografia riscuote sempre molto successo tra i più giovani e così è stato per Giordana Romano e Ludovica Sciol che si sono soffermate sul grande reportage “100 years” di Hans-Peter Feldmann.

Nell’ambito della mostra collettiva “Al Norte de la Tormenta. Da Robert Rauschenberg a Juan Muñoz” il progetto fotografico “100 years” presenta “centouno ritratti di altrettante persone.

L’artista tedesco ha coinvolto familiari e amici ognuno di loro rappresenta un punto di incontro tra passato, presente e futuro. Ognuno di loro, come fosse un campione, “rappresenta” la propria età. È possibile interpretare dallo sguardo dei bambini, la felicità e l’entusiasmo di una vita ancora spensierata.

 


Proseguendo lungo la lunga parete si nota l’espressione negli occhi di coloro che ormai hanno vissuto gran parte della loro vita. 
Alcuni sguardi trasmettono tristezza e malinconia, altri invece la felicità di aver trascorso una vita serena,  Feldmann  rende così varia ed ampia la visione dei vari modi e stili di vita”, scrivono le due ragazze e, a completare la recensione, vengono in aiuto Pietro Matteoni, Jacopo Paladini , Vasco Darota e Vittorio Rigamonti che aggiungonol’intento della sequenza fotografica è presentare, in pochi minuti, il ciclo della vita dell’uomo riuscendo ad unire passato, presente e futuro.

A noi è piaciuto moltissimo perché in ogni foto si può vedere l’ambientazione e anche, in molti casi, il contesto privato e le classe sociale d’appartenenza, facendo capire che dietro quelle foto c’è sempre una storia differente, qualcosa di unico”.

 

Anche Giulio De Angelis e Francesco Frapiccini hanno percepito “l’incessante scorrere del tempo” ma nell’opera “Al norte de la tormenta di Juan Muñoz (sempre nella mostra che presenta i capolavori dell’IVAM, Institut Valencià d’Art Modern). “La grande scultura metallica sembra un ingranaggio di un orologio senza tempo”.

 

Sempre in “Al norte de la tormenta”, sono rimasti incantanti davanti all’istallazione “Ostinato Blanco-Azul” dell’artista Josè Antonio Orts.

“Il musicista presenta una “composizione che mette insieme suoni emessi da un sistema che al passaggio degli spettatori si attiva, il movimento delle persone viene captato da sensori, orientati in diverse direzioni, i quali inviano il segnale a una scheda di controllo basilare.

Tramite l’energia fornita dalle batterie, il segnale elettrico si trasforma in acustico e in seguito riprodotto da altoparlanti. L’insieme di questi componenti elettronici forma un modulo che viene poi ripetuto per formare una moltitudine di suoni e vibrazioni.

Oltre ai sensori troviamo tubi di bronzo e cavi che amplificano i suoni emessi dagli speaker.

L’importanza dell’opera è, secondo noi, dovuta alla capacità di mettere in relazione la musica e le arti plastiche e il pubblico che ne fa parte.

Quest’opera ci ha colpito particolarmente, per la sua diversità rispetto alle altre, in quanto coinvolge diverse sfere sensoriali, la vista e l’udito”.

 

Tornando alla fotografia,  è “Il mondo perduto”, la mostra monografica e antologica di Paolo Di Paolo, a colpire l’attenzione di Alessandra Marchetti, Greta Colaneri, Ginevra Seccaroni e Giulia Masi. Centinaia di scatti “raccontano l’Italia che con fatica risorge dalla Seconda Guerra mondiale e, nonostante siano foto in bianco e nero, ci ricordano che apparteniamo alla stessa epoca”. Sempre loro si sono perse a guardare le foto delle dive e dei divi del cinema, immortalati da Di Paolo sui set di Cinecittà.

 

 

Passando a “Lo Spazio dell’immagine”, la Collezione permanente del MAXXI, le opere alle quali i ragazzi hanno dedicato le loro recensioni sono, prima di tutto, l’aereo rivoltato (Senza titolo) di Paola Pivi che a Giulio De Angelis, Francesco Frapiccini e Salvatore Pellegrino il ribaltamento gli ha ricordato “il dramma di una tartaruga che non ha più via di scampo” ma “anche una possibile fuga dall’omologazione”.

 

Riccardo Antonetti si è interrogato su “Mareo Merz” di Elisabella Benassi. Il peschereccio, la rete e l’automobile (realmente appartenuta all’artista Mario Merz) per lui “sono simbolo di un presente che pesca dal passato e si rinnova”.

 

Sempre in Galleria 1 del MAXXI, nella Collezione permanente, l’imponente opera Wall Drawing #1153 RIPPLES” di Sol LeWitt, è piaciuta a Jacopo Passafaro, Filippo Loreti e Gian Marco Filoia che scrivono “l’effetto di chiaroscuro dell’opera, ottenuto magistralmente con l’utilizzo della grafite, mette in pratica quanto teorizzato in “Paragraphs on conceptual art” scritto dall’artista stesso nel 1967, manifesto che sintetizza gli aspetti fondamentali dell’arte contemporanea nata negli anni ’60”.

 

Dal bianco e nero si passa ai colori squillanti delle grandi tele di Yan Pei-Ming. L’artista ritrae Papa Giovanni Paolo II e Mao Tse Tung.

Il dittico su tela, “Pope e Mao”, grazie all’incredibile energia dello stile dell’artista cinese ci ha colpito particolarmente. Yan Pei-Ming nella sua carriera è sempre ossessionato dalla ripetizione che lo porta infatti a raffigurare, più volte, personalità religiose e uomini politici, immortalati in una dimensione metafisica al di là dello spazio e del tempo. “Pope” rappresenta Giovanni Paolo II, con lo sguardo torvo, la mani giunte, inquieto e sofferente, interprete del dolore dell’umanità. Mao, invece è ritratto in bianco e nero, come fosse una foto sbiadita. Forse rimanda alla guerra e alla distruzione”.

 

 

 

L’opera dell’artista di origine nigeriana, Yinka Shonibare Mbe, intitolata “Invisible man” ha colpito l’attenzione di Cecilia Iraci, Ilaria Papagno, Susan Al Husban che scrivono “l’artista si è ispirata al ritratto della famiglia del missionario Quarantotti, realizzato per mano di Marco Benefial, nel 1756, ed esposto nella collezione delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini.

 

L’opera è un assemblaggio di più elementi, il capo è una mappa astrologia con una piccola particolarità: la testa del lacchè infatti riporta nomi di palazzi nobiliari di Roma e del Lazio al posto degli astri e delle costellazioni.

 

Il domestico indossa vestiti in foggia settecentesca ma i tessuti presentano pattern batik, realizzati in cotone olandese stampato a cera; l’intero manichino è in vetroresina e le scarpe sono in pelle. Sulle sue spalle, una rete piena zeppa di suppellettili, curva la figura a causa del peso.

 

Lo status di schiavo è palese e la sua persona è negata“.

Museo MAXXI
Federico Borzelli

Marketing territoriale e Formazione per il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo.