Top
Mancanza di stelle - MAXXI A[R]T WORK
fade
5926
post-template-default,single,single-post,postid-5926,single-format-standard,eltd-core-1.1.1,flow child-child-ver-1.0.0,flow-ver-1.3.6,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default

Mancanza di stelle

Il desiderio è la volontà dell’uomo di riempire il proprio universo: l’esigenza di ottenere ciò che non si ha.

“ Quali colombe dal disio chiamate \ con l’ali alzate e ferme al dolce nido \ vegnon per l’aere dal voler portate.”

Per secoli, questo sentimento è stata la fonte ispiratrice dell’ arte, ad esempio Dante Alighieri nella terzina riportata ha racchiuso l’essenza del desiderio stesso, raffigurandolo come una forza che designa la via che segue l’uomo nel proprio agire.

 

Il poeta fiorentino tratta, in questi versi, il desiderio specifico di soddisfare i piaceri del proprio corpo, il medesimo tema è affrontato anche da Antonio Corradini.

 

La Velata ( Vestale Tuccia), Antonio Corradini, 1743 ; foto di Matteo Amadei, MAXXI 2018

Nella “Vestale Tuccia”, appartenente alla collezione di Palazzo Barberini, realizzata dallo scultore italiano  nel 1743, viene suscitata la volontà da parte dell’autore di mettere in evidenza, tramite la fine tecnica del panneggio aderente, la sensualità della donna.

Grazie alla trasparenza del velo, oltre a simboleggiare la Pudicizia e la Castità del personaggio,  con una perfetta dialettica dello sguardo l’artista mette in risalto la nudità della vestale, che richiama al desiderio del piacere della carne.

Mentre il corpo della vestale risveglia una desiderio nella mente, il desiderio della mente rappresentato dal totem provoca una reazione in quella parte del corpo che è l’occhio.

 

IlTotem ZOa, allestito nella Galleria 4 del MAXXI, è un manufatto di per sé bizzarro ma può essere inteso come il desiderio di una conoscenza completa dell’uomo.

 

Quest’ ultimo si è da sempre adoperato per raggiungere una conoscenza ultima e sicura, principalmente mediante due vie: quella sensibile e quella metafisica.

La cavità oculare della maschera è solamente una stretta fessura orizzontale, quindi la vista del totem è fortemente limitata.

Inoltre quando si  supera questo limite si cade nell’errore, così come l’occhio è caduto fuori dalla sua orbita.

 

La conoscenza metafisica è una via alternativa che l’uomo ha spesso intrapreso. Questo tipo di ricerca che ha come fine la conoscenza di un mondo che va oltre la natura terrena è espressa dall’antenna posta sul capo dell’opera che punta verso l’alto, mentre il mezzo per raggiungere questa conoscenza è rappresentato da un’ aureola deviata dalla propria inclinazione naturale, per esprimere le idee religiose che effettuano questa ricerca, ma che nella  loro eterogeneità sono tutte deviate da una realtà certa.

Otto Proposizioni, Vincenzo Agnettti, 1972 ; foto di Matteo Amadei, MAXXI 2018.

 

Se nel totem l’ambizione umana non porta alla conoscenza assoluta, Vincenzo Agnetti con l’opera  “Otto proposizioni”, che si trova nella Collezione permanente del MAXXI nella Galleria 1, composta da otto lastre di bachelite nera incisa e colorata a nitro bianca, sancisce inequivocabilmente l’impossibilità di pervenire ad una conoscenza assoluta.

 

 

L’uomo è animato da un atavico desiderio di conoscere in modo certo e sicuro, ma Agnetti, come già diceva il filosofo tedesco Immanuel Kant, precisando che il nostro metodo conoscitivo si fonda su delle strutture mentali che filtrano la conoscenza della cosa in sé, rendendo indiretto il nostro sapere e limitandolo alla incerta sfera sensibile, chiarisce come la nostra cultura sia necessariamente incompleta.

Nelle prime quattro lastre sono affrontati i concetti di spazio e tempo, le categorie conoscitive, ponendo l’accento particolarmente su i limiti che esse comportano: nella prima lastra la linea che rappresenta il territorio è posta sul margine della lastra stessa esplicitando il desiderio di voler varcare quel limite, lo spazio, che insieme al tempo è invalicabile per l’uomo, il quale non può conoscere ed esistere al di fuori di essi.

 

Il nome della band “ The Doors”, riprendendo il pensiero* di William Blake , sta ad indicare il desiderio dell’uomo di andare oltre le porte della percezione, dunque oltre i cinque sensi.

* “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito” da “Il matrimonio del cielo e dell’inferno” (1790)

 

Un’ altra sfumatura del desiderio, che è espressa nel branoThe End , composta da Jim Morrison nel 1965, in cui è esplicitato il suo frustrato rapporto con i genitori, che identifica con Apollo e Dioniso, è  il desiderio dell’essere compreso.

 

Via Pindemonte, Ospedale Psichiatrico. Palermo 1983, Letizia Battaglia; foto di Cristiana Bugno, MAXXI 2018.

Via Pindemonte, Ospedale psichiatrico. Palermo 1983, è un’opera di Letizia Battaglia (Galleria 1, Collezione permanente del MAXXI), composta da diciannove fotografie che esprimono, secondo la nostra interpretazione, il desiderio

di libertà e di essere compresi.

Questi stati d’animo sono espressi, nel ciclo fotografico in bianco e nero, grazie alla ristretta gamma cromatica e così facendo è ancora più evidente la tristezza che impera sui volti dei protagonisti delle sue fotografie.

 

 

Nel progetto fotografico, realizzato all’inizio degli anni ’80, Letizia Battaglia  denuncia in modo esplicito lo stato di abbandono e il degrado nei quali i pazienti sono costretti a vivere ma il suo obiettivo riesce anche a raccontare un quotidiano fatto di preziosi momenti di serenità.

 

Come già fatto da altri fotografi (ad esempio Gianni Berenego Gardin e Josef Koudelka) anche la fotografa siciliana usa la pellicola per aprire un confronto con la realtà degli ospedali psichiatrici.

Via Pindemonte, Ospedale Psichiatrico, Palermo 1983. Particolare). Letizia Battaglia

I soli momenti di serenità li si coglie quando i pazienti sono coinvolti in laboratori teatrali o in feste di Carnevale organizzate all’interno dell’ospedale, molte delle quale proprio dalla stessa Letizia Battaglia.

 

E’ proprio grazie a questo foto che possiamo conoscere una realtà nascosta dietro a un portone chiuso.

 

 

Sternenfall, Anselm Kiefer, 1998 ; foto di Marco Militello, MAXXI 2018.

A conclusione di questo itinerario ci troviamo di fronte il non plus ultra dei desideri: l‘immortalità.

L’Uomo per paura, timore, curiosità e amore ha sempre cercato un modo per lasciare, in questo mondo, una sua traccia indelebile.

 

Le svariate invenzioni atte ad evitare la morte, attraverso i secoli, sono per lo più andate sfumando nella più modesta ambizione di lasciare qualcosa di se dopo l’inesorabile abbandono della vita.

 

 

 

Dettaglio di Sternenfall, Anselm Kiefer, 1998 ; foto di Marco Militello, MAXXI 2018.

 

 

Questo desiderio è profondamente espresso nell’opera “Sternenfall”, in cui l’artista tedesco Anselm Kiefer rappresenta una porzione di cielo stellato.

 

Su uno sfondo nero ci sono molti schizzi di vernice bianca: una moltitudine di stelle; alcune di esse sono dotate di una targhetta con un codice di identificazione.

Attraverso la chiave di lettura per cui le stelle sono le vite umane, si può notare come soltanto alcune vite abbiano un nome, un identità certa, mentre il resto, raffigurate come stelle più lontane e meno luminose, sono ignote.

 

Queste ultime sono le vite che non sono ancora riuscite a trovare la propria identità.

Inoltre, molte targhette sono sparse ai piedi della tela, a terra, cadute, spezzate.

Sono le vite che hanno lasciato questo universo, che sono morte; è significante il fatto che soltanto le stelle con la targhetta (le vite che sono giunte ad una personalità) siano presenti in quel “cimitero”, ma vi sono disposte in modo casuale.

 

Dunque, questi uomini, attraverso l’affermazione di sé stessi, hanno lasciato un pezzo della propria persona.

 

Un pezzo…infatti le targhette sono spezzate come se avessero subito una mutilazione dovuta alla caduta della morte, ma la parte migliore di esse è sopravvissuta e rimarrà per sempre sotto forma di un indimenticabile contributo alla cultura umana.

 

Il desiderio di ottenere l’eternità della propria identità nella memoria degli uomini vivi è perfettamente espresso dai seguenti versi di Orazio, grande poeta latino, nonché ispirazione del genio fiorentino citato a inizio articolo:

“ Non omnis moriar multaque pars mei \ vitabit Libitinam: usque ego postera \ crescam laude recens, dum Capitolium \ scandet cum tacita virgine pontifex.” 

( “ Non morirò del tutto e anzi molta parte di me eviterà Libitina: continuamente io crescerò rinnovandomi nella gloria presso in posteri, finchè il pontefice salirà con la vergine silenziosa al Campidoglio.” )

 

 

Articolo a cura di Matteo Amadei, Davide Anzillotti, Cristiana Bugno, Flavio Calò e Marco Militello.

Museo MAXXI
Federico Borzelli

Marketing territoriale e Formazione per il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo.