The Large Glass al MAXXI: 10 opere per capire come costruiamo la realtà – parte seconda
Seconda parte dell’approfondimento della studente Flaminia Froelich su The Large Glass, la mostra che riallestisce la Collezione permanente del MAXXI, aperta al pubblico fino al 25 ottobre 2026 [qui la prima parte]
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The Large Glass al MAXXI: 10 opere per capire come costruiamo la realtà
Proseguendo il viaggio tra le superfici di The Large Glass, mi soffermo in questo articolo su altre quattro opere e altrettanti paralleli.
4. Domenico Gnoli, White Bed e Frida Kahlo, Henry Ford Hospital: il letto come spazio dell’identità e della vulnerabilità
Nell’opera White Bed (1968), Domenico Gnoli sceglie di isolare un oggetto quotidiano e ingrandirlo fino a renderlo quasi astratto.

Courtesy Fondazione MAXXI
Il letto, osservato da vicino, perde la sua funzione immediata e diventa una superficie silenziosa fatta di tessuti e dettagli ottici e anche tattili (grazie all’aggiunta di sabbia nella pittura). Non ci sono figure umane e non c’è una narrazione esplicita, ma proprio questa assenza spinge lo spettatore a interrogarsi su ciò che non vede.
Il letto è infatti uno degli spazi più intimi dell’esperienza umana: rappresenta il riposo, il sogno, ma anche la malattia e la fragilità. In Gnoli tutto questo è suggerito senza essere mostrato direttamente.
Ho colto qui un forte contrasto tra il letto bianco di Gnoli e un altro letto, quello dell’Henry Ford Hospital
di Frida Kahlo. Qui il letto – anche se sempre bianco – non è neutro, ma diventa abitato da figure e simboli, luogo di un’esperienza personale dolorosa: l’aborto spontaneo vissuto dall’artista. Il corpo è presente e il dolore viene rappresentato in modo diretto e intenso.
Le due opere si sviluppano quindi in modo opposto: da una parte la sottrazione e il silenzio, dall’altra il racconto esplicito della sofferenza. Tuttavia, entrambe mostrano come uno spazio apparentemente semplice possa trasformarsi in un luogo carico di emozioni, memoria e identità.
5. Atelier Van Lieshout, Slave City e Metropolis: l’individuo nella società-meccanismo

Courtesy Fondazione MAXXI
Il progetto Slave City di Atelier Van Lieshout rappresenta una riflessione molto forte sul rapporto tra individuo e sistema produttivo nella società contemporanea. Si tratta di una città immaginaria progettata come un organismo perfettamente efficiente, dove ogni aspetto della vita viene organizzato per massimizzare la produttività. Nella mostra The Large Glass il progetto si concretizza nell’opera The Globe, un gigantesco mappamondo che (al contrario della vicina Mappa di Boetti) rappresenta la superficie della terra senza riportare però etichette e riferimenti geopolitici, come fosse una lavagna ancora da scrivere.
Gli abitanti di Slave City non sono più individui autonomi, ma elementi funzionali del sistema. Anche il corpo umano diventa una risorsa da utilizzare: tempo, energia e capacità fisiche vengono integrate in un meccanismo che non lascia spazio all’imprevisto o alla libertà personale.
Questa visione richiama il film Metropolis di Fritz Lang, dove la città è divisa tra una superficie abitata dai privilegiati e un sottosuolo in cui gli operai lavorano come ingranaggi di una gigantesca macchina.
Entrambe le opere criticano una società che privilegia l’efficienza e la produttività a discapito dell’umanità delle persone. La perfezione del sistema coincide infatti con la perdita dell’individualità.
Questa riflessione appare ancora oggi molto attuale, soprattutto se si pensa al mondo del lavoro contemporaneo, sempre più basato sulla performance e sulla produttività. Le opere ci portano quindi a chiederci come sia possibile conciliare organizzazione ed efficienza con il rispetto della dimensione umana.
6. Kara Walker, For the Benefit of All the Races of Mankind e Get Out: rappresentare il razzismo tra storia e contemporaneità

Courtesy Fondazione MAXXI
Le opere di Kara Walker si distinguono per uno stile visivo apparentemente semplice, ma in realtà molto forte e incisivo. Le sue silhouettes nere, ispirate alle decorazioni ottocentesche, vengono utilizzate per rappresentare episodi legati alla schiavitù e alla discriminazione razziale negli Stati Uniti.
In For the Benefit of All the Races of Mankind, il titolo ironico entra in contrasto con la violenza suggerita dalle immagini, creando una tensione che spinge lo spettatore a riflettere. L’assenza di dettagli realistici non riduce l’impatto dell’opera, ma lo rende ancora più forte: le figure diventano simboliche e universali, e proprio per questo difficili da ignorare.
Walker non racconta una storia lineare e precisa, ma costruisce una narrazione frammentata che richiede la partecipazione attiva dello spettatore.
Una riflessione simile si ritrova anche nel film Get Out di Jordan Peele, che affronta il tema del razzismo in una chiave contemporanea e psicologica. Il protagonista si trova in un ambiente apparentemente tranquillo e accogliente, ma progressivamente emergono situazioni inquietanti e forme di discriminazione sottili, difficili da riconoscere immediatamente.
Walker guarda al passato per mostrare le radici storiche del problema, mentre Peele analizza il presente e le nuove forme che il razzismo può assumere.
Entrambi però mettono in evidenza una continuità importante: il razzismo non è scomparso, ma si è trasformato. Da violenza esplicita è diventato spesso qualcosa di più nascosto e complesso.
Per questo motivo le opere invitano a sviluppare uno sguardo critico, capace di cogliere anche ciò che non è immediatamente evidente. Non offrono soluzioni precise, ma aprono uno spazio di riflessione che rimane ancora oggi estremamente attuale.
7. Giuseppe Penone e Vincent van Gogh: la natura come struttura viva e trasformazione continua

Courtesy Fondazione MAXXI
Nella ricerca artistica di Giuseppe Penone, la natura non è mai semplicemente qualcosa da rappresentare, ma diventa una presenza viva con cui l’artista entra direttamente in relazione. Penone lavora soprattutto con materiali naturali, come il legno, per mettere in evidenza i processi di crescita e trasformazione degli alberi.
Molte sue opere consistono nello scavare il tronco per riportare alla luce la forma originaria della pianta, rendendo visibile il tempo inciso nella materia. L’albero diventa così una specie di archivio vivente, in cui ogni anello racconta una fase della sua esistenza.
Un’attenzione simile verso la vitalità della natura si ritrova in Tree Roots di Vincent van Gogh. Nel dipinto, le radici emergono dalla terra creando un intreccio dinamico e quasi caotico che sembra espandersi oltre i limiti della tela. Lo sguardo dello spettatore si muove continuamente seguendo linee e colori.
Penone lavora direttamente con la natura reale, mentre Van Gogh la interpreta attraverso la pittura. Tuttavia, entrambi mostrano la natura come qualcosa di vivo, in continua trasformazione e movimento.
La natura, quindi, non appare come uno sfondo statico, ma come una realtà attiva che cresce, cambia e reagisce continuamente.
Questa visione invita anche a riflettere sul rapporto tra uomo e ambiente, superando l’idea che la natura sia qualcosa di separato dall’essere umano. Al contrario, le opere suggeriscono una connessione profonda, in cui l’uomo fa parte di un sistema molto più ampio.


